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Tempi duri per la Privacy sul Web…

La Privacy online non sembra godere di “buona stampa”, almeno da quando le multinazionali del web (e degli “a-social media”) sono riuscite a convincere gli utenti a sottoscrivere delle condizioni e termini d’uso al limite della vessatorietà (non solo per quanto riguarda l’uso dei dati personali concessi “spintaneamente”, ma anche per quanto concerne le responsabilità derivanti dall’uso dei loro servizi).

Tuttavia, tale epitaffio alla riservatezza non sembra essere disinteressato, ma al contrario esso sembra caratterizzato dall’ipocrisia dei magnati della Silicon Valley, che se da una parte predicano la “fine della privacy online” (quella degli utenti, beninteso) dall’altra acquistano le palazzine confinanti con le proprie abitazioni per ragioni di riservatezza (la loro, naturalmente)…

Malgrado tutto, gli utenti sembrano essere contenti di vendere la propria “anima digitale”, pur di continuare a baloccarsi con i vari gadgets digitali messi a loro disposizione dai Big del web.

Ma con quali esiti in termini di responsabilità in relazione alle possibili violazioni della privacy?

La responsabilità perduta…

Nulla da dire, per carità, ognuno è libero di disporre della propria riservatezza (online e offline) come meglio crede.

A patto che sia effettivamente consapevole delle implicazioni che una tale retrocessione sulla propria riservatezza comporti (e a condizione che non metta a repentaglio con il proprio comportamento disinvolto quella degli altri…)

E qui veniamo al problema delle responsabilità che possono derivare dall’uso (oltre che dell’abuso, come è ovvio) dei servizi digitali.

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    …e quella ritrovata

    Non fosse quindi per i vari regulators (soprattutto europei) che sistematicamente “rompono le uova nel paniere” delle multinazionali del web a tutela della riservatezza degli (inconsapevoli) utenti, tutto filerebbe liscio come l’olio.

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      I dati personali sono per loro natura pericolosi

      Purtroppo però, quando si tratta di dati personali, le insidie sono più nascoste, ed è ancora più difficile individuare le responsabilità dirette derivanti dall’uso più o meno improprio dei servizi digitali da parte degli utenti (non a caso, la normativa sulla riservatezza equipara le responsabilità legate al trattamento dei dati personali a quelle derivanti dalle “attività pericolose”, di cui all’art.2050 c.c., come richiamato dal TU Privacy).

      E la sfida si complica ulteriormente quando la gestione stessa dei dati è data in outsourcing verso l’esterno, come nel caso del “Cloud Computing”.

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