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La online non sembra godere di “buona stampa”, almeno da quando le multinazionali del web (e degli “a-) sono riuscite a convincere gli utenti a sottoscrivere delle condizioni e termini d’uso al limite della vessatorietà (non solo per quanto riguarda l’uso dei dati personali concessi “spintaneamente”, ma anche per quanto concerne le responsabilità derivanti dall’uso dei loro servizi).

Tuttavia, tale epitaffio alla riservatezza non sembra essere disinteressato, ma al contrario esso sembra caratterizzato dall’ipocrisia dei magnati della Silicon Valley, che se da una parte predicano la “fine della online” (quella degli utenti, beninteso) dall’altra acquistano le palazzine confinanti con le proprie abitazioni per ragioni di riservatezza (la loro, naturalmente)…

Malgrado tutto, gli utenti sembrano essere contenti di vendere la propria “anima digitale”, pur di continuare a baloccarsi con i vari gadget online messi a loro disposizione.

La responsabilità perduta…

Nulla da dire, per carità, ognuno è libero di disporre della propria riservatezza (online e offline) come meglio crede.

A patto che sia effettivamente consapevole delle implicazioni che una tale retrocessione sulla propria riservatezza comporti (e a condizione che non metta a repentaglio con il proprio comportamento disinvolto quella degli altri…)

E qui veniamo al problema delle responsabilità che possono derivare dall’uso (oltre che dell’abuso, come è ovvio) dei servizi digitali.

Sì perchè, a differenza degli altri settori industriali, quello digitale/internet è caratterizzato da una cultura che di default non prevede responsabilità dirette da parte dei fornitori di servizi per eventuali danni (ad es. di immagine, reputazionali) arreacati agli utenti e a terzi, avendo ribaltato sugli utenti la responsabilità facendo sottoscrivere loro i suddetti termini e condizioni d’uso.

È come se un produttore automobilistico
non prevedesse l’airbag,
oppure scaricasse sul guidatore
il rischio di incidenti automobilistici
(anzichè sull’apparato frenante
non adeguato predisposto sulla vettura)

Cose inconcepibili naturalmente, nei settori industriali tradizionali (quali l’automotive appunto).

Eppure è quello che succede nel settore digitale!

Il fornitore di servizi/produttore del software non si ritiene responsabile di eventuali eventi negativi derivanti dall’uso dei propri prodotti/servizi.

La giustificazione che spesso viene addotta, è che, a differenza dei settori “tradizionali”, quello informatico/digitale è caratterizzato da una maggiore difficoltà di verifica ex-ante di eventuali bachi nel software, che comporterebbero costi (non solo in termini monetari, ma anche e soprattutto in termini di ritardo nel rilascio delle varie versioni più o meno “beta” del software e dei relativi servizi) che si tradurebbero in un ostacolo all’innovazione.

… e quella ritrovata

Non fosse quindi per i vari regulators (soprattutto europei) che sistematicamente “rompono le uova nel paniere” delle multinazionali del web a tutela della riservatezza degli (inconsapevoli) utenti, tutto filerebbe liscio come l’olio.

D’altra parte, come sostengono i vari “guru tecnologici” (o presunti tali), paladini dell’innovazione “senza se e senza ma” (e senza capacità critiche):

In un’economia “Data Driven”,
poter accedere in maniera indisturbata
ai forniti dagli utenti
è nell’interesse (anche) di questi ultimi,
che possono beneficiare di servizi avanzati

È il solito refrain della “favola bella” che esalta le sorti magnifiche e progressive dell’innovazione, che non tiene conto delle potenziali implicazioni negative che l’innovazione stessa inevitabilmente introduce, e che pensa di poter risolvere gli “effetti collaterali” della tecnologia attribuendone le responsabilità all’utente finale.

I dati personali sono per loro natura pericolosi

Purtroppo però, quando si tratta di dati personali, le insidie sono più nascoste, ed è ancora più difficile individuare le responsabilità dirette derivanti dall’uso più o meno improprio dei servizi digitali da parte degli utenti (non a caso, la normativa sulla riservatezza equipara le responsabilità legate al trattamento dei dati personali a quelle derivanti dalle “attività pericolose”, di cui all’art.2050 c.c., come richiamato dal TU ).

E la sfida si complica ulteriormente quando la gestione stessa dei dati è data in outsourcing verso l’esterno, come nel caso del .

Mettere pertanto “la mani avanti” da parte deli Big della Rete è solo un modo sbrigativo per “lavarsene le mani” da parte dei fornitori, che può avere un senso nel breve periodo, ma che nel lungo periodo non contribuisce a responsabilizzare e rendere effettivamente consapevoli gli utenti dei rischi connessi ad una cattiva gestione dei propri dati personali online, e che finisce per essere controproducente nel lungo periodo anche per le stesse multinazionali del web.

Basti pensare a fenomeni quali il “cyberbullying” (), il sexting, l’induzione al suicidio a seguito di gogne mediatiche, tutti fenomeni legati in qualche modo a forme di illecito trattamento dei dati personali, posto in essere senza dubbio da parte degli utenti, ma reso possibile e facilmente realizzabile dalle piattaforme digitali che consentono (direttamente/indirettamente) di fare incetta dei dati personali delle vittime di turno.

Se quindi, da una parte, tali fenomeni odiosi non vedono chiamati in causa direttamente i fornitori dei servizi digitali (la responsabilità penale è sempre personale), dall’altra non possono tuttavia lasciarli indifferenti, in quanto tali fenomeni accadono “a casa loro”, vale a dire trovano nelle loro piattaforme il “palcoscenico” preferito e di riferimento, oltre che il “terreno di coltura” di elezione.

Parafrasando quindi un noto detto di Mark Twain, potremmo concludere che “le notizie relative alla prematura morte della online sono largamente esagerate” (e non disinteressate).