Davvero la Artificial Intelligence sostituirà la maggior parte delle mansioni attualmente ricoperte dalle professioni intellettuali (quali avvocati, commercialisti e persino medici) e di conseguenza è necessario che i professionisti imparino ad utilizzarla a proprio vantaggio, per non rischiare di essere estromessi dal mercato?
L'articolo analizza criticamente la prospettiva che l'intelligenza artificiale possa sostituire professioni intellettuali come medici e avvocati.
Si contesta l'attuale vulgata, sottolineando come già in passato analoghe predizioni di una pretesa scomparsa imminente di tali ruoli si siano rivelate fallaci e fuorvianti.
Viene argomentato come le competenze professionali siano riconducibili piuttosto ad "arti", che implicano capacità di giudizio e valutazione basate sull'esperienza e sulla comprensione del contesto specifico, qualità che la Artificial Intelligence, limitata ai dati disponibili e al mero calcolo, non possiede.
Ripercorrendo la storia della Artificial Intelligence, da Leibniz fino ai chatbot moderni, si evidenzia una persistente tendenza a ridurre la conoscenza a dati e risultati computabili, perdendo così di vista la reale natura delle sfide inerenti l'acquisizione e il conseguimento di autentica conoscenza.
Pertanto, si conclude che l'esperienza e la pratica professionale, unita alla capacità di valutare scenari inediti restano centrali nella specificità delle professioni, rendendo improbabile una loro sostituzione totale da parte dell'intelligenza artificiale, malgrado il "furto di competenze" a cui quotidianamente si assiste da parte dei produttori di tecnologia AI-empowered...
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