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Quando una iniziativa imprenditoriale può propriamente qualificarsi come Startup Innovativa?

E’ corretto utilizzare il termine Startup Innovative come sinonimo dell’omonimo fenomeno, tipicamente statunitense, delle Tech Startup della Silicon Valley?

Oppure è più adeguato assimilare le nostre Startup Innovative al concetto di Small Business utilizzato oltreoceano?

Fino a non molto tempo fa, erano appannaggio esclusivo di pochi eletti, oggi sempre più spesso si sente parlare di Startup Innovative, sinonimo di un rinato spirito di iniziativa imprenditoriale, che ha ricevuto l’attenzione anche da parte del Legislatore italiano, grazie alle iniziative del Mise.

Prima di affrontarne gli aspetti peculiari, è opportuno chiarire preliminarmente quali sono le caratteristiche specifiche delle Startup Innovative, distinguendole da altre iniziative imprenditoriali che con le Startup Innovative hanno in realtà poco a vedere.

Spesso infatti si ritiene (erroneamente) che basti semplicemente basare la propria idea imprenditoriale sull’utilizzo delle nuove tecnologie, per potersi qualificare automaticamente come Startup Innovativa;

allo stesso modo, si tende a far confluire indiscriminatamente tutte le iniziative di nuova istituzione nell’ambito del concetto di Startup.

In realtà, la necessità di focalizzarsi sull’innovazione, nel senso più o meno appropriato del termine, si va affermando negli ultimi lustri in relazione al diffondersi della cosiddetta “Economia della Conoscenza”, alla luce della stretta correlazione che emerge tra creazione di ricchezza (in termini di valore aggiunto) e investimenti “immateriali”.

È chiaro, quindi, che a più livelli si cerca di incentivare le iniziative imprenditoriali che possano contribuire alla diffusione delle innovazioni, non solo tecnologiche, ma anche di prodotto e di processo produttivo.

Il punto controverso è che, in realtà, le vere e proprie Start Up Innovative sono da considerarsi una “rarità”, una eccezione, nel momento in cui se ne approfondiscono le caratteristiche specifiche, che possono essere riassunte in:

  • innovazione intesa nel senso “disruptive” del termine, vale a dire volta a creare nuovi mercati, oltre che introdurre nuovi prodotti e servizi, e comunque suscettibile di rompere lo status quo dei settori produttivi di riferimento;
  • scalabilità del business model, ovvero capacità di avvantaggiarsi della dinamica esponenziale della domanda di mercato, legata ai fenomeni di “viralizzazione” tipici delle reti sociali e in generale di internet;
  • approccio “bottom up” e adozione della logica “lean start up”, sia nell’organizzazione, che nella definizione dei beni e servizi offerti.

Ovviamente tali caratteristiche non esauriscono il complesso fenomeno delle Start up Innovative, ma contribuiscono a chiarire intuitivamente il senso radicale di innovazione che le ispira; nella maggioranza dei casi, invece, ci troviamo comunemente di fronte a imprese che, pur innovando, in relazione all’introduzione di nuovi beni e servizi, ovvero mediante l’introduzione di nuovi processi produttivi che beneficiano dell’adozione delle nuove tecnologie, rimangono tuttavia all’interno delle tradizionali logiche manifatturiere, senza alcuna pretesa di essere “disruptive”, ma al contrario, di integrarsi sinergicamente nel contesto produttivo di riferimento.

Il concetto di imprese innovative va poi confrontato con quello di Small Business, nel quale possono farsi rientrare le comuni piccole e medie imprese: queste sono sempre più spesso espressione di autoimprenditorialità, e vedono nelle nuove tecnologie, riconducibili essenzialmente ai nuovi mezzi di comunicazione legati ai social media, sostanzialmente un mezzo di autopromozione; qui l’elemento discriminante è costituito dalla capacità o meno di saper sfruttare le reti sociali per potersi avvantaggiare di un business model “scalabile”: in poche parole, la capacità di sfruttare reti sociali e social media per proporre il proprio business “di nicchia”, sperando che evolva in un business “di massa”.

Il punto è che, anche in questo caso, occorre una certa dose di “visione” per poter individuare e definire un business model scalabile: non basta certo un sito web o una pagina promozionale su Facebook per trasformare una tabaccheria (esempio da manuale di business model “non scalabile” per antonomasia) in una iniziativa imprenditoriale innovativa…

Startup e Imprese Innovative secondo Donadon

“L’Italia non è un Paese per Start Up, meglio parlare di (piccole) imprese innovative, per evitare l’uso improprio del termine Start Up, per non rischiare di riprodurre le condizioni per una “bolla” simile a quella della New Economy di fine anni ’90.”

È quanto ha dichiarato, non senza ragioni, Riccardo Donadon, in relazione al rapporto “Who’s Who dell’Italian Startup Ecosystem”, compilato dagli Osservatori del Politecnico di Milano.

Più che comprensibile il timore espresso dal fondatore di H-Farm, Riccardo Donadon, in relazione al possibile diffondersi di una moda “startappara”, che rischia di trasformarsi in bolla speculativa in puro stile New Economy degli scorsi anni ’90, con annesso proliferare di soggetti di supporto (in precedenza erano le società di consulenza, oggi sono gli incubatori e acceleratori), e che prende spunto dal fatto che il termine “Start Up”, fino a non molto tempo fa appannaggio esclusivo di pochi “iniziati”, si stia rapidamente “inflazionando”, fino a designare fenomeni imprenditoriali che con le Start Up Innovative poco o nulla hanno a che fare.

Secondo Donadon è meglio quindi utilizzare il termine (piccole) imprese innovative, piuttosto che quello di Startup Innovative, per designare quelle iniziative imprenditoriali che pur facendo uso delle nuove tecnologie (in modo particolare, internet e social media), finiscono in realtà con il rientrare nel tradizionale tessuto produttivo-manifatturiero italano.

Che non si tratti di semplici questioni terminologiche, lo si deduce proprio analizzando in dettaglio i risultati che emergono dal rapporto “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who”, da cui emerge che le Start Up Innovative propriamente dette sono in realtà una netta minoranza, specie se rapportate al numero di incubatori e acceleratori…

Start Up, Imprese Innovative, Small Business: non soltanto una questione terminologica

Del resto, lo stesso Bill Aulet, nel suo paper “A Tale of Two Entrepreneurs: Understanding Differences in the Types of Entrepreneurship in the Economy”, ha analizzato i due principali profili imprenditoriali che caratterizzano i modelli di Start Up ipotizzabili.

È necessario quindi chiarire quali siano le differenze terminologiche e concettuali tra Start Up Imprese Innovative, anche facendo riferimento al concetto di Small Business, desunto dalla prassi statunitense, che fa da discrimine tra le varie locuzioni.

Il “grido di allarme” lanciato da Riccardo Donadon di H-Farm, ci induce a condurre una analisi delle caratteristiche specifiche delle Start Up Innovative, distinguendole da quelle che lo stesso Donadon preferisce definire imprese innovative, così come altre forme di iniziative imprenditoriali apparentemente simili, che pur facendo impiego delle nuove tecnologie, rimangono all’interno delle logiche manifatturiere tradizionali.

Caratteristiche tipiche delle Startup Innovative

Uno degli elementi qualificanti le Startup Innovative, è costituito dalla capacità di inventare nuovi mercati, oltre che prodotti innovativi, contribuendo a rompere (disrupt) lo status quo
dei vari settori produttivi:

è la capacità di porre in essere quella che l’economista Joseph Shumpeter definiva “distruzione creativa”, che qualifica come “innovativa” una Startup.

Ma non basta un’idea innovativa, per quanto rivoluzionaria questa possa essere, unita all’impiego di tecnologie all’avanguardia, per connotare compiutamente la Startup:

è necessario che il suo business model sia “scalabile”, vale a dire possa sfruttare le potenzialità di crescita esponenziali della domanda espressa da parte degli utenti, rese possibile mediante l’impiego delle reti informatiche (internet, social network, ecc.) e dai relativi processi di emulazione “a cascata”, tipici della viralizzazione dei contenuti sociali, di cui sempre più spesso abbiamo evidenza (in relazione ad es. ai video pubblicati e diffusi su YouTube da parte degli utenti).

A fronte quindi di un picco esponenziale di domanda (misurabile ad es. dagli accessi al sito web), la Start Up deve essere in grado di poter rispondere prontamente alle richeste, adattandosi alla nuova dimensione di scala resasi necessaria dalla improvvisa domanda di mercato.

Molto spesso, invece, le Start Up cadono vittime del proprio successo: l’incapacità di essere “robusti” rispetto alle dimensioni di scala, determina un’incacità di rispondere prontamente alla domanda degli utenti, decretandone il prematuro fallimento.

Altro elemento tipico delle Startup Innovative, strettamente legato alle precedenti caratteristiche, è l’approccio produttivo di tipo “bottom up”, vale a dire ispirato “dal basso”, volto a far emergere le tendenze latenti e finora inespresse da parte della comunità degli utenti.

Questo induce a considerare la Startup come un “work in progress” continuo e costante, il cui “oggetto sociale” non viene progettato dall’alto in maniera strutturata fin dall’inizio, secondo una tradizionale pianificazione “rigida” di tipo “top down”, ma al contrario, va progressivamente prendendo forma compiuta in relazione all’evoluzione delle tendenze manifestate dagli utenti mediante i propri feedback.

Viene quindi a crearsi un rapporto “organico” tra Startup Innovative, da una parte, e la comunità degli utenti (che fanno uso dei servizi della Startup), dall’altra, e le reciproche relazioni sono mediate dalle tecnologie:

le reti sociali (social networks) emerse con la diffusione di internet, permettono agli utenti di esercitare un ruolo attivo sulla definizione della Startup stessa, che finisce così per assumere l’aspetto di un processo iterativo di scoperta del nuovo, costituito dalle tendenze latenti e inespresse degli utenti.