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Cosa distingue ancora gli Umani dalle Macchine

Una buona definizione di intelligenza, fornita tra l’altro da uno dei pionieri della Artificial Intelligence (vale a dire Demis Hassabis, fondatore di DeepMind), sostiene che:

“L’intelligenza può essere pensata come la capacità di convertire informazioni grezze in conoscenze utili e fruibili.”

Implicita in questa definizione vi è la capacità di imparare e apprendere, capacità che fino a non molto tempo fa era ritenuta una delle prerogative specifiche degli esseri umani.

Con il successo crescente del Machine Learning, in modo particolare nella sua variante più recente nota come Deep Learning, sembra proprio che le macchine siano destinate a insidiare il primato degli umani in una delle capacità che più di ogni altra ha caratterizzato da sempre la nostra specie.

Addirittura un recente progetto EU, che intende riconoscere le macchine come soggetti di diritti e di responsabilità, poggia le sue basi su una differenza di grado, anzichè di sostanza, tra gli esseri umani e le cosiddette macchine intelligenti, supponendo implicitamente che in un futuro non troppo lontano anche le macchine possano essere caratterizzate da quelle funzioni superiori (quali l’intenzionalità e l’autocoscienza) finora considerate appannaggio esclusivo degli esseri umani.

Tutto questo pone seri dubbi in merito all’opportunità e verosimiglianza di un simile scenario, e suggerisce un quesito di sfondo: non è che tali interrogativi siano il frutto di un malinteso dovuto all’aggettivo “intelligente” applicato in maniera antropomorfa alle macchine, quando in realtà la connotazione corretta non deve essere invece qualla di apprendimento meccanico/automatico, che simulando efficacemente solo alcune delle capacità cognitive umane (quali quelle predittive, predictive analytics), lascia tuttavia inalterate le caratteristiche più propriamente umane?

È quello che cercheremo di esplorare e chiarire in questo saggio.

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