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“Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere.”
(frase attribuita a Adolf Hitler)

Tra le tante abitudini e costumi che sono stati rivoluzionati dall’introduzione del digitale nelle vite comuni, c’è senz’altro il dissolversi del concetto di privacy e riservatezza (in maniera particolare tra le nuove generazioni, quelle comunemente indicate con il termine “nativi digitali”, altro mito dell’èra internettiana), trasformatosi nei fatti nel suo contrario.

Vediamo perchè.

Visibilità permanente e “cultura del sospetto”

La possibilità di essere costantemente “visibili” in rete, sui social, ecc., ha determinato infatti l’emergere di una cultura del sospetto associata alla tradizionale accezione di riservatezza.

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La tutela della riservatezza come espressione delle libertà civili

Anche in tempi quali quelli attuali, caratterizzati da crescente insicurezza (come i recenti attentati terroristici internazionali stanno purtroppo a testimoniare) le richieste di ridurre le tutele alla riservatezza dei cittadini per questioni di sicurezza, non devono farci perdere di vista che una volta limitate le libertà civili (malgrado le meritorie intenzioni che giustificano tali limitazioni) è molto difficile ripristinarle una volta che l’emergenza è rientrata.

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I rischi connessi alla gestione massiva dei dati

Alimentare in maniera indiscriminata banche dati che contengono, oltre ai dati comuni, anche i dati “sensibili”, quali ad es. dati biometrici, può al contrario esporre i cittadini al rischio di un loro utilizzo non previsto in caso di data breaches, a danno degli stessi cittadini che si intende proteggere (sono crescenti i casi di furti di identità resi possibili dallo sfruttamento di dati biometrici non adeguatamente gestiti e protetti).

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