twitterlinkedinmail
“Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere.”
(frase attribuita a Adolf Hitler)

Tra le tante abitudini e costumi che sono stati rivoluzionati dall’introduzione del digitale nelle vite comuni, c’è senz’altro il dissolversi del concetto di privacy e riservatezza (in maniera particolare tra le nuove generazioni, quelle comunemente indicate con il termine “nativi digitali”, altro mito dell’èra internettiana), trasformatosi nei fatti nel suo contrario.

Vediamo perchè.

Visibilità permanente e “cultura del sospetto”

La possibilità di essere costantemente “visibili” in rete, sui social media, ecc., ha determinato infatti l’emergere di una cultura del sospetto associata alla tradizionale accezione di riservatezza.

Ciò induce a confondere tra loro piani diversi, vale a dire il legittimo diritto del comune cittadino a vedere tutelata la propria riservatezza (tutela che, detto per inciso, include anche il sempre più controverso diritto all’oblio), con l’altrettanto legittimo diritto del cittadino a ricevere un’informazione fedele e trasparente, soprattutto quando si tratta di cosa pubblica e di chi la amministra (diritto che non giustifica, tuttavia, l’attenzione scandalistica e spesso morbosa dei media, che si traduce troppo spesso in gogna mediatica, barattata per “trasparenza”).

Come per tutti i fenomeni in cui la complessità la fa da padrona, come nel caso dei sistemi sociali (virtuali o meno che siano, più o meno connessi e condivisi che li si reputi), occorre prendere in considerazione le potenziali conseguenze e implicazioni indesiderate che possono derivare dall’adozione acritica di concetti quali la trasparenza, appunto, che vanno opportunamente declinati sulla base dei diversi contesti cui si intende applicarli.

La tutela della riservatezza come espressione delle libertà civili

Anche in tempi quali quelli attuali, caratterizzati da crescente insicurezza (come i recenti attentati terroristici internazionali stanno purtroppo a testimoniare) le richieste di ridurre le tutele alla riservatezza dei cittadini per questioni di sicurezza, non devono farci perdere di vista che una volta limitate le libertà civili (malgrado le meritorie intenzioni che giustificano tali limitazioni) è molto difficile ripristinarle una volta che l’emergenza è rientrata.

D’altra parte, è quanto meno dubbio sostenere che l’attività di intercettazione “a strascico” (mediante i Big Data) delle comunicazioni riguardanti la generalità dei comuni cittadini possa rivelarsi realmente di aiuto ai fini della prevenzione e della sicurezza.

Basti pensare che i vari tentativi di utilizzare i Big Data per prevenire gli attacchi terroristici si sono in realtà spesso rivelati controproducenti

Non è un caso che la gestione e il trattamento dei dati personali era equiparata, già nel “vecchio” Testo Unico sulla Privacy (in linea con le analoghe normative europee) alle attività pericolose (rimandando alla responsabilità prevista ex art. 2050 cc).

I rischi connessi alla gestione massiva dei dati

Alimentare in maniera indiscriminata banche dati che contengono, oltre ai dati comuni, anche i dati “sensibili”, quali ad es. dati biometrici, può al contrario esporre i cittadini al rischio di un loro utilizzo non previsto in caso di data breach, a danno degli stessi cittadini che si intende proteggere (sono crescenti i casi di furto di identità resi possibili dallo sfruttamento di dati biometrici non adeguatamente gestiti e protetti).

Non basta, d’altra parte, alimentare banche dati sul presupposto che “i dati parlano da soli”, è necessario (e ancor più importante) individuare dei filtri adeguati (che nel caso della sicurezza si traducono nella necessità di maggiore intelligence) che permettano di intercettare il “segnale” (ovvero le informazioni realmente rilevanti) in mezzo al crescente “rumore” delle comunicazioni (che danno origine a quell’inquinamento informativo anche noto come data pollution).

Come è noto a qualunque Data Scientist, il rischio di trovarsi di fronte a falsi positivi e di intercettare delle spurious correlations (“correlazioni spurie”, vale a dire correlazioni sostanzialmente riconducibili all’effetto del caso) nei dati cresce infatti più che proporzionalmente al crescere della mole di dati oggetto di analisi.