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Davvero i dati “nudi e crudi” parlano da soli, per cui l’unica cosa ragionevole da fare è renderli pubblici, così da poter accedere direttamente e in maniera “trasparente” alla verità dei fatti?

Fact Checking alla ricerca della Verità

L’avvilente “balletto” di cifre discordanti, cui sistematicamente siamo sottoposti in qualità di cittadini e utenti (specialmente in periodo pre-elettorale, ma non solo), riguardanti lo “stato di salute” dell’economia o della società nel suo complesso, ovvero più in particolare le “condizioni di salute” degli individui stessi (“Vaccinarsi contro i pregiudizi”), sembrerebbe, secondo alcuni, facilmente risolvibile se solo si ricorresse alle pratiche note come “fact checking”, basate sulla trasparenza e “oggettività” dei dati nudi e crudi, dati che una volta resi disponibili alla comunità (meglio ancora se pubblicati liberamente su internet) renderebbero immediatamente evidente a tutti la verità dei fatti (seguendo la dottrina della “verità manifesta”, dottrina peraltro già a suo tempo contestata da K.R.Popper).

Questo è quanto i più “avveduti” (e tecnologicamente edotti) commentatori da qualche tempo a questa parte vanno ripetendo a spron battuto, facendo credere inoltre che chi non è disposto a sottoporsi a tali metodi trasparenti (e per ciò stesso “oggettivi”) di verifica abbia evidentemente qualcosa da nascondere, in virtù di una pretesa semplificazione manichea, secondo la quale sarebbe sufficiente affidarsi alla tecnologia e ai suoi algoritmi “neutrali” per risolvere ogni diatriba riguardante la verifica dei fatti.

Il non detto di tale approccio consiste tuttavia nelle premesse (false) su cui si basa.

Vale a dire, la presunzione che “i fatti parlino da soli” e che la loro lingua sia quella “obiettiva” dei numeri e dei dati, e che basti quindi semplicemente diffondere in maniera trasparente (per non dire “indiscriminatamente”) i dati, per poter risalire immediatamente alla “verità oggettiva” dei fatti stessi!

Ricondurre la verità dei fatti alla trasparenza dei dati è fuorviante

Purtroppo la realtà è ben più complessa rispetto a quanto i vari “guru” e sapientoni tecnologici vogliono propinarci.

Tralasciando per ovvie ragioni i casi eclatanti di falsificazione in mala fede dei fatti, i dati numerici presi da soli non dicono proprio nulla (solitamente non parlano, e se lo fanno, sono più ambigui della sfinge egizia), e come tali non possono immediatamente essere sovrapposti ai fatti o sostituiti ad essi (a pena di incorrere in una della più tradizionali fallacie logiche, quella che confonde la mappa con il territorio).

Al contrario, è necessaria un’attività di interpretazione dei dati stessi, condotta alla luce di metodi e procedure, questi sì necessitanti il massimo della trasparenza e condivisione, con lo scopo di ricondurre dati e numeri alla realta dei fatti accertabile in maniera oggettiva.

È quindi il metodo utilizzato nel valutare ed interpretare numeri e dati, che discrimina l’attendibilità e la verosimiglianza delle interpretazioni che continuamente diamo della realtà (complessa, multiforme, sovrabbondante) che ci circonda, e che siamo soliti chiamare “fatti oggettivi”.

Purtroppo per valutare la validità delle metodologie impiegate nell’interpretare i dati, occorrono diverse competenze specialistiche, di cui cittadini e utenti comuni sono solitamente sprovvisti.

Per poter valutare consapevolmente le informazioni diffuse dai vari media (social media inclusi) occorrerebbe infatti padroneggiare, oltre alle metodologie statistiche e di analisi dei dati, anche gli strumenti logico-deduttivi che permettono di analizzare la correttezza delle argomentazioni, verificando che le ricostruzioni fatte sulla base dei dati non siano viziate da fallacie logiche.

Il Pensiero Critico come strumento di valutazione consapevole

E questo è tanto più vero se, come accade oggi nell’era dei Social Media, siamo bombardati da informazioni provenienti da fonti sempre più eterogenee, di cui è difficile valutare l’attendibilità, con la conseguente condivisione di Fake News e “Bufale Online” da parte degli stessi utenti (spesso inconsapevoli) sui Social Media.

Se da un lato la diffusione dei social media ha democratizzato l’accesso diffuso all’informazione, dall’altro ha reso più difficile la verifica della attendibilità delle fonti, malgrado la pretesa esistenza di una “Collective Intelligence” (“Intelligenza Collettiva”), emergente “quasi magicamente” dalla semplice interazione degli individui sulla rete.

Non ci sono alternative tecnologiche che tengano.

Se vogliamo rimanere liberi di scegliere in maniera consapevole, i dati e le informazioni che ci vengono propinati dai media devono comunque venire filtrati con adeguate tecniche di analisi e valutazione (tecniche che il critical thinking ci mette a disposizione), e l’unica tecnologia a cui affidarci in ultima istanza è quella che l’evoluzione naturale ha posto all’interno della nostra scatola cranica di ognuno di noi:
il nostro cervello!

Non a caso il cervello umano si è evoluto proprio in virtù delle funzioni di filtro che rendeva disponibili agli esseri umani, consentendo loro di poter decidere rapidamente (anche sulla base di semplici euristiche, ovvero “regole del pollice”), reagendo in maniera efficace alla sovrabbondanza informativa proveniente dagli stimoli dell’ambiente esterno.