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Solitamente si tende a considerare la tecnologia come “neutrale”:

“è l’uso che se ne fa di uno strumento”, si dice, ad essere considerato “buono” o “cattivo”, “desiderabile” o “deprecabile”, e non lo strumento in se stesso.

In questo modo, tuttavia, viene sottaciuta la natura “trasformativa” (mutativa) che caratterizza la tecnologia, potendo essa influire in maniera non neutrale sul modo in cui interpretiamo il mondo che ci circonda, determinando esiti non sempre prevedibili, soprattutto in ambiti complessi come i contesti sociali, facendo leva sulla scalabilità che per sua natura la tecnologia rende possibile.

Vediamo perchè.

La Tecnologia non è “neutrale”

Essendo un’estensione, una “protesi” delle naturali possibilità umane, la tecnologia abilita e rende possibili, oltre alle innovazioni, anche l’emersione di comportamenti latenti che in altro modo non avrebbero la possibilità di manifestarsi o si manifesterebbero (soprattutto in ambito sociale) in misura ridotta rispetto alle proprie potenzialità astratte.

Un esempio intuitivo di quanto sopra può essere considerata la sempre più diffusa “mania”, imperante sui , di pubblicare selfie:

la possibilità di scattare fotografie non è di certo una innovazione recente, tuttavia da quando gli smartphone si sono diffusi in maniera pervasiva, con il loro corredo sempre crescente di funzioni e utility (tra cui evidentemente, rientra anche la fotocamera digitale) le stesse abitudini e “attitudini” degli utenti verso la fotografia sono di conseguenza mutate.

Una volta era consuetudine “immortalare” solo i momenti più salienti della vita comune, e del resto, a parte forse i fotografi di professione (e i turisti), solitamente nessuno (o quasi) se andava in giro con una macchina fotografica al seguito.

La possibilità di portare agevolmente e avere sempre con sè una fotocamera digitale, unita alla possibilità di condividere le fotografie sui , ha fatto emergere un comportamento, che probabilmente era già latente tra gli utenti, ma che aveva bisogno della tecnologia adeguata (ovvero la disponibilità continua e costante di una fotocamera digitale embedded nel telefono cellulare, unita alla possibilità di condividere sui social gli scatti), in mancanza della quale non avremmo mai assistito al proliferare dei selfie (e forse tutto sommato, non sarebbe stata poi una grave perdita).

La percezione del reale mediata dalla Tecnologia

Tutto ciò vale a maggior ragione per i media digitali (anche e soprattutto nella loro declinazione “social”):

la nota affermazione di Marshall McLuhan (per altri versi piuttosto controversa) secondo cui “il mezzo è il messaggio”, sta proprio a sottolineare il carattere trasformativo della tecnologia applicata in questo caso alla comunicazione.

Le odierne forme di comunicazione, in quanto mediate dalla tecnologia, condizionano la nostra percezione del reale, con esiti non sempre auspicabili, come nel caso dei comportamenti deteriori tenuti sui , quali ad es. il , in cui il senso del reale è completamente deformato proprio dalla natura del medium utilizzato.

Detto in altri termini:

“Mentre un imbecille preso da solo, pur essendo molesto,
è sostanzialmente innocuo, più imbecilli che si aggregano
sui rappresentano una vera e propria sciagura!

Costoro infatti finiscono con il fomentarsi tra loro, e la loro “percezione del reale” risulta di conseguenza alterata dal fatto di essere in tanti a comportarsi e a “pensarla” allo stesso modo:

come dire, preferiscono

aver torto in tanti, piuttosto che ragione in pochi!”

Le loro “convinzioni” si rinforzano e si alimentano reciprocamente, anche mediante emulazione, dando luogo a comportamenti conformisti in stile “effetto gregge”, che sui possono sfociare nelle cosiddette “cascate informative” (cascading effect) tipiche dei fenomeni di “viralizzazione”.

Anzi, proprio la ricerca spasmodica di “viralizzare” la loro presenza in rete, farsi vedere, essere protagonisti e diffondere il proprio “messaggio” (tutti elementi tipici dei ), induce gli utenti accomunati dalla stessa “forma mentis” (like-minded users) a prendere parte alla diffusione dei “contenuti”, a prescindere dalla natura dei contenuti stessi che vengono veicolati.

Al raggiungimento e superamento di una “soglia critica dell’imbecillità” (parafrasando la nota opinione espressa da Umberto Eco proprio riguardo ai ), assistiamo inevitabilmente ai fenomeni deliranti e socialmente pericolosi tipici del , dello hate speech, della gogna mediatica, con gli esiti tragici che conosciamo, purtroppo.

Il problema è che è nella natura stessa della tecnologia utilizzata consentire e facilitare il raggiungimento e il superamento delle soglie critiche, grazie alla accresciuta scalabilità che la tecnologia stessa rende possibile.

Le Conseguenze Inattese della Tecnologia

Se da una parte, quindi, è fuor di dubbio che la responsabilità dell’impiego più o meno “costruttivo” che delle tecnologie disponibili ne viene fatto è in ultima analisi riconducibile all’utente che le usa, tuttavia questa ricostruzione è riduttiva, proprio perchè non tiene conto del carattere trasformativo e abilitante della tecnologia stessa.

Non deve stupire quindi che degli strumenti disponibili si finisca per farne anche un uso indiscriminato o non conforme alle originarie intenzioni degli ideatori:

come dire,

“l’occasione fa l’uomo ladro”…

Il punto è che la tecnologia introduce cambiamenti che non sono semplicemente “di grado”, ma “di sostanza”, fino a determinare, in contesti complessi quali quelli sociali, l’emersione dei fenomeni “oltre soglia”, tipici della , quali quelli sopra illustrati, con esiti in molti casi imprevedibili e su vasta scala, di cui occorre prendere adeguata consapevolezza.